Attraverso
piccoli aggiustamenti, condoni, sconti e deduzioni la tassazione sui
redditi autonomi e sulle rendite finanziarie è stata ridotta, stravolgendo l'articolo 3 e l'articolo 53 della Costituzione.
La questione fiscale si può guardare dal punto di vista delle tasse da pagare o da quello dei servizi di pubblica utilità da ricevere. É un dare e avere, che permette di redistribuire meglio le risorse a disposizione di un paese in modo da contribuire al bene comune. Teoria o utopia? La storia delle democrazie è piena di grandi riforme che hanno prodotto tutto ciò che va sotto il nome di Stato sociale. Aun certo punto però la storia delle democrazie fa retromarcia. Il momento di svolta è nel 1987, quando Margaret Thatcher pronuncia una frase che diviene il manifesto del liberismo: «Non esiste la società. Esistono gli individui. E noi abbiamo il dovere di badare prima a noi stessi. Da allora le cose sono molto cambiate. Il populismo ha preso il posto del liberismo e sono arrivati tipi come Milei che vince le elezioni in Argentina gridando "afuera" con la motosega in mano nell'atto di tagliare tutti i ministeri sociali. Il capitalismo si toglie definitivamente i guanti. L'abbiamo visto con la foto che ha immortalato i più ricchi del mondo alla cerimonia dell'investitura di Trump.
Campagna martellante. La destra italiana ha fatto su per giù lo stesso percorso. Berlusconi fece suo il manifesto della Thatcher promettendo di tagliare le tasse ai ricchi. Meloni è arrivata perfino a dire che le tasse sono un «pizzo di Stato». Con queste parole d'ordine la destra è riuscita a imporre un sistema di valori che è l'esatto contrario di quel che prescrive la Costituzione. Emmanuele Pavolini e Michele Raitano - autori di una ricerca promossa dallo Spihanno dimostrato come ciò sia stato possibile. Non attraverso una grande riforma fiscale, ma con piccoli aggiustamenti e una campagna martellante che ha letteralmente rimbambito gli italiani. Una serie di leggi fiscali ha prodotto una miriade di condoni, sconti, detrazioni e deduzioni che hanno diminuito la tassazione sui redditi autonomi e sulle rendite finanziarie, accrescendo di fatto l'imposizione sui redditi da lavoro. Questa distorsione, sottolineano i due economisti, ha spezzato il circolo virtuoso fisco-Stato sociale che aveva permesso di finanziare le grandi riforme degli anni Settanta.
Squilibri fiscali. Ci sono tanti studi che provano come i ricchi
si siano presi la rivincita di classe sui poveri. Il World inequality lab, che raccoglie un gruppo di economisti,
spiega come il sistema fiscale italiano sia arrivato a far pagare in proporzione meno imposte ai ricchi di quante
ne paga chi ha un reddito basso o medio, alimentando le disuguaglianze e danneggiando le finanze pubbliche di uno
dei paesi più indebitati d'Europa.
Rendite e attività finanziarie sono tassate meno del lavoro. E i redditi autonomi, a furia di parlare di flat tax,
riescono a pagare meno dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Oggi la base elettorale del governo di destra
paga appena il 15 per cento su un reddito annuo fino a 85 mila euro, mentre i lavoratori dipendenti pagano il 23
per cento sui redditi fino a 28.000 euro, il 35 per cento tra 28.001 e 50.000 euro, il 43 per cento sui redditi
superiori a 50.000 euro. Perché questo privilegio di classe?
Secondo Riccardo Gallo, docente all'università Sapienza di Roma, negli ultimi anni la quota di ricchezza
nazionale che è andata al lavoro ha perso dodici punti. Mentre quella che è andata agli utili aziendali è
aumentata del 14 per cento. In parole povere: la torta è cresciuta, ma chi se l'è pappata è soprattutto il
mondo che gira intorno all'imprenditoria e alla speculazione finanziaria. E quando non bastano le leggi a far
felici i ricchi, ci pensano da soli diventando evasori. Secondo un rapporto annuale del ministero dell'Economia
ogni anno vengono sottratti al fisco 27,6 miliardi di euro di Irpef e23,1 miliardi di Iva. E non sono certo
pensionati e lavoratori dipendenti a sottrarre risorse per finanziare la sanità e la scuola. Anzi sono rimasti
gli unici con il cerino dell'Irpef in mano a tenere in piedi il barcollante Stato sociale.
Travaso di ricchezza. L'economista Andrea Roventini, in uno studio
congiunto tra le università Sant'Anna di Pisa e Bicocca di Milano, parla di un «travaso pazzesco di ricchezza dal
lavoro al capitale». Chi appartiene al 7 per cento più ricco della popolazione paga meno tasse di un insegnante o
di un medico di base. Secondo l'ultimo rapporto Oxfam, il 5 per cento più ricco della popolazione italiana detiene
la stessa quota di ricchezza del 90 per cento più povero. Per interrompere questa spirale, c'è chi vede con favore
l'introduzione di una tassa patrimoniale.come se n'è parlato al G20 di Rio: dall 1 al 3 per cento di prelievo sui
patrimoni superiori ai 5.4 milioni di euro. Vale a dire una tassa per appena lo 0.1 per cento della popolazione:
cinquantamila persone. Perfino l'Ocse ha consigliato una patrimoniale per riconsolidare lo Stato sociale.
In Norvegia esiste da anni. La Spagna l'ha introdotta due anni fa. Francia e Gran Bretagna stanno pensando di
fare lo stesso. In Italia appena si nomina la patrimoniale si aprono le cateratte della comunicazione. E i geni
della manipolazione riescono a convincere perfino i lavoratori dipendenti e i pensionati che la patrimoniale porti
via loro la casa. Questo meccanismo che porta i poveri a immedesimarsi nei ricchi funziona da Berlusconi in poi.
Ora è Musk il grande illusionista. Ma solo davanti alla Tv o sul telefonino dove lui spadroneggia. Se chiedete a
un malato oncologico in attesa per ore che arrivi la terapia, vi dirà che non crede a una virgola di quel che dice
la Meloni. Dipendesse da lui la patrimoniale la metterebbe subito se servisse a rimettere in piedi il sistema sanitario.